Il mio non è un elogio del restare come forma inerziale di nostalgia regressiva, non è un invito all’immobilismo, ma è solo il tentativo di problematizzare e storicizzare le immagini-pensiero del rimanere come nucleo fondativo di nuovi progetti, di nuove aspirazioni, di nuove rivendicazioni. Lo so e lo sento il senso profondo del migrare in permanenza, l’epica della resistenza e della rivoluzione nella restanza. L’ho ascoltato dalla voce di tanta gente che ho incontrato nel mio cammino. Perché per restare, davvero, bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine.
Chi immagina un ritorno al paese, o lo sogna, e non si rassegna alla sua fine, non può che osservare, con nuovo sguardo, le nuove forme di rappresentazione, i nuovi legami, le nuove mentalità. Conoscere quel che resta di un paese richiede uno sguardo attento, lucido, fatto di saperi, di capacità di analisi. Ripartire dai restanti significa sapersi fare carico delle memorie, dei bisogni, dei progetti di chi è rimasto ed intende cambiare e inventare una nuova comunità. Bisogna essere utopici e concreti. Sono necessari nuovi pensieri per uscire da visioni localistiche e per immaginare una vita ancora pensabile e praticabile in questi luoghi. Una via d’uscita possibile ci chiede di immaginare l’inimmaginabile, di prevedere l’imprevedibile.
Vito Teti, La restanza (Einaudi 2022)

