ma che nostalgia?

«L’estetica della nostalgia, le riflessioni su un mondo rurale povero, che a volte sfociano in una depressione di fondo, spacciata per malinconia, riempie le scaffalature delle librerie, così come le riviste online. Dietro questo sentimento di nostalgia conservatrice io vedo un atteggiamento reazionario, dal sapore del si stava meglio quando si stava peggio, del «Dio, Patria, Famiglia», in cui le nuove comunità possibili vengono infrante, ri-educate. Il ritorno ai vecchi valori incarna il desiderio di mantenere i sistemi di dominio, e di subalternità, la verticalità dei rapporti e delle gerarchie, il regime dei potenti sui meno abbienti, dell’uomo sulla donna. Un regime tradizionale che assicura stabilità. E che prevale tuttora nella nostra vita quotidiana, nonostante strenue lotte giuridiche, linguistiche, sociali. Questo approccio ci impedisce di crescere. Come si fa a rimpiangere un mondo senza acqua corrente, dove si partoriva con la vicina di casa, dove si moriva per un taglio o per una gastroenterite, dove nel migliore dei casi il prete riusciva a offrire solo un conforto dell’anima. Dove vigevano tassi di analfabetismo e denutrizione inimmaginabili, c’erano disuguaglianze feroci e conflitti tra possidenti e contadini disumani, umilianti, dove la povertà era grande.

Queste sono le cartoline dal passato che si dovrebbero inviare, quando sento parlare di commozione profonda. Perché se i paesi sono tutt’altro che luoghi di cura adesso, figuriamoci che paradiso fossero quando erano ancora abitati, quando si viveva ammassati nella stessa stanza in otto, in promiscuità, e a sette anni già si andava nei campi dietro i buoi.

Pagherei le persone per andarsene dai paesi. Non tutti hanno i soldi, l’istruzione, la forza interiore per dire me ne vado, ma forse vorrebbero diventare traduttori, artisti, meccanici, insegnanti, medici.

Pagherei le persone per farle realizzare, perché non c’è più tempo. Per farle viaggiare e studiare, per metterle nelle condizioni di scegliere se tornare o rimanere a vivere altrove. La frase «se ne vanno i migliori» non è vera, è orribile. Non esistono i migliori, c’è chi lavora in un negozio di falegnameria o aspetta il concorso in polizia e nell’attesa si fidanza, si sposa, e fa figli, mettendo da parte se stesso e il proprio mondo interiore. Vorrei spopolare i paesi e pagare le persone per essere felici, vorrei riabitare i paesi in maniera consapevole e dignitosa. La tradizione, le processioni, la sacralità dei riti, non andranno perse ma verranno tramandate perché i paesani fanno spesso parte di più comunità contemporaneamente. E fino a quando ci sarà qualcuno che riproporrà un rito o una tradizione, nulla andrà perso».

Anna Rizzo, I paesi invisibili. Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia. Milano, il Saggiatore 2022

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